INTERVISTA AI GREEN DAY

fonte mtv.it

Green Day
"American Idiot" e la decadenza degli U.S.A.

 

“American Idiot” sta per uscire in tutto il mondo. Si tratta fondamentalmente di un concept album di cui ci interesserebbe sapere qualcosa in più. Potete raccontarci qualcosa sul lavoro e sulla progressione compiuta nel tempo dai Green Day?

Billy Joe: Il nuovo album – “American Idiot” - è un concept album in stile Green Day. Mantiene la stessa energia che abbiamo sempre avuto, anche se c’è sempre e comunque stata una progressione dopo la realizzazione di ogni album dei Green Day, ma credo che quest’ultimo si distingua.

“American Idiot” è anche il titolo del primo singolo estratto dall’LP. C’è qualche connotazione politica nella scelta di questo titolo?

B: Sì, anche se la canzone “American Idiot” parla prevalentemente della confusione che si è imbattuta sulla cultura americana in questo periodo, in particolare su quella di massa. È un fenomeno che ha coinvolto sia la CNN che la TV verità: siamo bombardati da informazioni inutili e telepromozioni. In un certo senso ci si sente persi, trascinati via. Questo è il tema della canzone, anche se ha anche un tono accusatorio nei confronti della nostra amministrazione, che non rappresenta quello che io rappresento. 


Mike, Tre, volete aggiungere qualcosa?

Mike: Sono assolutamente d’accordo. Direi che viviamo in uno Stato diviso in più identità. Noi abbiamo tirato fuori le nostre armi, che poi sono i nostri strumenti. 
Tre: Nessuna arma vera! 


Dai testi trasuda una buona dose di frustrazione. È come se i media tentassero di reprimere ogni voce diversa…

B: Penso che i media americani siano davvero nella mani del governo. Sono troppo disposti a lasciar perdere, a non fare né rispondere più a domande serie. Come ho detto prima si tratta di una confusione diffusa in generale. Credo che la gente si sente zittita perché in verità ha paura di esprimere le proprie idee e opinioni, dal momento che, se lo facesse, verrebbe indicata come anti-americana. 


Credi che il governo abbia dei mezzi per far sì che i contestatori vengano visti come anti-patriottici?

B: Credo che la gente che parla contro Bush o altri sia tenuta sotto controllo, ma credo che…un attimo, mi devo concentrare…
M: Credo sarà interessante vedere cosa succede, sicuramente.
T: Forse all’inizio dopo l’11 settembre la gente era troppo spaventata per dire quello che pensava soprattutto dopo che le Dixie Chicks vennero boicottate dai loro fan per aver parlato contro Bush. Man mano che ci si avvicina al periodo elettorale, la gente ha paura che Bush venga rieletto per altri quattro anni. Per questo si cerca di attirare la gente alle urne con iniziative come punkvoter.com, o l’attività di Fat Mike. Queste persone stanno cercando di far cambiare veramente le cose. 
B: Non credo che ”American Idiot” abbia solamente degli aspetti negativi. Credo che possa spingere la gente a farsi avanti e dire “Anche io mi sento privato dei miei diritti”. È qualcosa che dovrebbe succedere. 

Questo è un album molto ambizioso. È stato anche difficile da registrare?

B: Non direi proprio difficile, ma diverso. Anzi no, direi che è stato proprio difficile. Non abbiamo fatto molto allenamento come gruppo. Dopo dodici o tredici anni di allenamento di gruppo, non ce ne serve altro. Siamo semplicemente andati in studio e ci siamo messi a registrare tutto senza regole né limitazioni di alcun tipo. Ognuno di noi è liberissimo di portare nel processo ciò che vuole. Se l’idea non è quella vincente allora si basta solo lasciare da parte il proprio ego per favorire l’inizio di qualcosa di diverso. È stato come fare una serie di sbagli per tirarne fuori qualcosa di buono. 


È stata una sfida per voi la recording session del disco?

T: Sì, è stato anche un disco molto fisico. È come quando Billy scrive le canzoni e cerca di spremere fuori tutto quello che può da ogni pezzo per essere certo che non rimanga nulla di intentato. 


Rob Cavallo ha prodotto anche questo disco. Sembra che ci sia una buona intesa tra voi…

M: Vediamo Rob come un musicista oltre che come perfetto organizzatore. Conosce il rock’n’roll e ha la nostra stessa visione di svariate circostanze. Ci aiuta ad ottenere quello che noi vorremmo a livello di suono, per il disco ci ha aiutati a scovare questi suoni. Conosce i segreti tecnici dello studio molto bene. 


Quindi è un affiatamento limitato allo studio di registrazione?

T: Sì, ma è anche una specie di bravo allenatore che ti spinge. È una persona esperta in molti campi. Il fatto di averlo avuto intorno ci ha riempiti di energia. 


Pensate che aver lavorato con Rob per tutti questi anni abbia reso l’intesa tra lui e voi più ‘telepatica’? 

M: Credo che quello che porta in ogni disco sia una incondizionata fiducia. “Non importa ciò che fai, devi cercare sempre di progredire. Se fai buone cose, buona musica, continua ad andare avanti”. Ci sono sempre momenti di indecisione quando si mettono in piedi cose abbastanza importanti. Si hanno le basi, ma si vuole arrivare al top: lui è il tipo di persona che incoraggia dicendo che ce la si può fare, che abbiamo tutto per farcela e che dobbiamo perseverare. In momenti di sconforto c’è bisogno di un supporto di questo tipo. Specialmente se sei coinvolto in processi che richiedono diverso tempo. Lui è una persone meravigliosa. 

Avete sempre avuto ben chiaro in mente il tipo di stile che avreste voluto dare al disco?

B: Abbiamo aspettato di scrivere tutto dandoci una linea guida per vedere che direzione avrebbe preso il disco. È stato un po’ come guardare un disco in base a una classifica o una cosa del genere. Ho solamente continuato a scrivere e mi sono fatto venire nuove idee. È stato un po’ come gettare delle cose contro il muro per vedere se rimanevano attaccate oppure no. Rob ha pensato che potessero andare, lui era l’osservatore oggettivo della situazione. Noi volevamo fare delle cose, ma nello stesso tempo non riuscivamo ad essere critici verso noi stessi: lui era lì per questo. Quando prendi la decisione di fare un disco di questo tipo, perché bisogna decidere di fare un disco così, alla fine fai un concept album o una rock opera. Non c’è possibilità di tornare indietro quando sei già a un quarto del lavoro. 


Per quanto riguarda la recording session, siete rimasti sempre nello stesso studio o avete cambiato? 

B: No, abbiamo inciso tutto il disco a Los Angeles man mano che completavamo i pezzi. Abbiamo registrato agli Ocean Way e ai Capitol Studios. 


Avete registrato all’inizio di quest’anno?

B: Sì, abbiamo iniziato a febbraio. Il 14 febbraio.
M: E poi abbiamo passato quattro mesi e mezzo a registrare. 
T: È stato il nostro regalo di San Valentino per il mondo. Mondo, ti amiamo! 


Quando siete on the road per la turnée, riuscite a scrivere?

T: Cosa? Cartoline? Lettere? 


No, intendevo chiedervi se vi viene l’ispirazione per realizzare o comporre qualcosa di nuovo?

B: A volte accade, ma può succedere dovunque. La maggior parte delle canzoni che ho composto, è stata concepita quando sono in giro a fare passeggiate. Scrivere in tour è un po’ difficile. È difficile relazionarsi ai pezzi, soprattutto quando sei in una camera di hotel. 

Non vi capita mai che la nostalgia di casa, quella che assale di regola l’artista in tour, vi spinga a scrivere nuovo materiale?

B: A volte quando sei lontano e sei in una certa città o in un luogo preciso, come New York ad esempio, parli proprio della situazione in cui ti trovi, la gente può immedesimarsi in ciò che dici. Questa è una cosa positiva.
M: E ti fa venire voglia di andare in tour ancora e ancora! 


Torniamo nello specifico del disco. Potete raccontarci qualcosa di ‘Jesus Of Suburbia’, la canzone divisa in più parti? 

B: ‘Jesus Of Suburbia’ è divisa in cinque parti. È una specie di opera punk rock. Parla della storia di un ragazzo a cui diventa tutto estraneo: dalla casa, agli amici e la famiglia, fino al supermercato della sua piccola cittadina. Trova la forza per scappare e cercare cose nuove, nuove strade. Cerca la sua strada, le sue convinzioni: cerca di ritrovare se stesso. A questo punto deve fronteggiare diverse cose: una può essere considerata ribellione, un’altra autodistruzione e un’altra disillusione. 


Quale strada sceglie alla fine il protagonista?

B: C’è un ritorno a casa. Senza svelare troppo possiamo dire che lo stesso personaggio alla fine ritorna.
M: È una specie di cerchio che si chiude e al suo interno c’è anche una conclusione. C’è esperienza. 
B: Ci sono diversi personaggi nel disco, uno dei quali si incontra in ‘St Jimmy’. È l’istigatore dell’album ed è una persona molto deduttiva. Poi c’è il fratello che è il ribelle e rappresenta l’altra scelta che può fare. In un certo senso c’è un lato buono e uno cattivo. Sta a lui decidere quale scegliere. 


In ‘Jesus Of Suburbia’ sembrano apparire alcuni temi religiosi…

B: Non ho nessun backround religioso, quindi credo sia solamente una tipica associazione alla Green Day! Negli ultimi tempi molte questioni religiose sono finite nella cultura pop, e specialmente in America, Stato e Chiesa vengono confusi molto facilmente dal governo. Le stesse questioni si ritrovano nel disco. 

Sulla copertina dell’album si vede una bomba a mano a forma di cuore. Potete spiegarci la scelta che sta dietro a questo artwork?

B: Sulla copertina dell’album c’è una granata a forma di cuore. È un tema che si ritrova nel disco sotto forma di rabbia e amore. Ancora una volta si tratta di una cosa che si relaziona al protagonista principale. Puoi scegliere se far esplodere o tenere in mano il cuore. 


È una bellissima immagine, chi l’ha disegnata?

B: È stato Chris Billheimer a creare la copertina del disco. Aveva già fatto per noi le copertine di ‘Nimrod’ e ‘Warning’. 


Parliamo del video del singolo “American Idiot”. Come vi è venuto in mente di far scorrere tutto quel liquido verde? Potrebbe aver rovinato tutti i vostri strumenti…

T: Sono tutti distrutti!
M: Sì, tutta la nosta attrezzatura è stata distrutta. E l’acqua era freddissima! 


Potete raccontarci qualcosa del concept e del lavoro fatto con il regista?

M: Il regista del video di ”American Idiot” è Samuel Bayer. Probabilmente è più noto per aver diretto “Smells Like Teen Spirit”. Tutti i suoi video hanno una qualità cinematografica ed è una cosa che apprezzo molto. Penso che piaccia a tutti noi. Credo che volesse creare un’atmosfera come quella di “Patton”, il film “Patton”. Stiamo tutti in piedi davanti ad una bandiera americana posta in verticale come a chiederci perché non diventiamo verdi anche noi. Ma non dobbiamo necessariamente essere così diretti. L’immagine può essere interpretata come vuoi: il colore che ‘sanguina’ può essere qualsiasi cosa che cola dalla bandiera. Si può trattare della tua individualità, delle sostanze tossiche, del sangue o qualsiasi altra cosa. 

Samuel Bayer ha usato per il video lo stesso procedimento adottato da voi nel disco. Non spingete mai chi vi ascolta in una direzione, ma dipingete immagini e idee aperte a diverse interpretazioni…

M: Per questo video voleva veramente fare qualcosa che non fosse mai stato fatto prima. Voleva che noi tre suonassimo a velocità differenti nello stesso momento, cosa molto divertente e insieme molto interessante. È un’idea che circolava, ma che poi non è stata realizzata e lui non voleva rassegnarsi al fatto che alla fine non ci fosse. È bello tirare fuori delle idee originali che possono diventare anche ironiche nello stesso istante, basta guardarsi un po’ dentro. 


Pensate che il disco possa prestarsi ad interpretazioni in chiave politica?

B: Sì, credo che il disco sia aperto a diverse interpretazioni. La gran parte dei testi tratta di argomenti personali e in genere parliamo di politica, di argomenti sociali. In ogni caso non vogliamo predicare nulla, non vogliamo trasformarci in una band come ad esempio i Rage Against The Machine. Sono fantastici, mi piacciono i Rage Against The Machine, ma non è quello che fanno i Green Day. Quindi c’è ancora molto che riguarda le relazioni personali tra uomo e donna, amici, famiglia, quelle che rendono le persone quello che sono. 


Immagino che inizierete un tour per portare in giro “American Idiot”. Pensate di suonare l’intero nuovo album ai vostri concerti?

T: Non mi pare di ricordare che i Green Day abbiano mai suonato un album dall’inizio alla fine in uno show. Questo è un disco molto ambizioso dalla stesura fino alla sua registrazione, quindi credo che sarà una sfida anche proporlo ai concerti e ottenere uno show di successo per farlo conoscere a tutti.
M: Vogliamo suonare “American Idiot” a questi concerti e vogliamo anche che la gente lo conosca. Lo show avrà una propria individualità e nello stesso tempo deve rimanere un nostro concerto. 

Avete già suonato i vostri pezzi in alcune date estive, ma nessuno conosce i pezzi del vostro nuovo lavoro, fatta eccezione per il singolo “American Idiot”. Come vivete il live show quando la gente di fronte a voi non conosce i brani che proponete?

B: L’idea di suonare un disco che nessuno ha mai sentito prima, a parte il primo singolo, spaventa sempre un po’. È una cosa che abbiamo sempre voluto fare. Penso che il download, quello che rappresenta il mercato dei singoli, il fatto che tante band siano legate a determinate regole riguardo la pubblicazione dei dischi abbiamo fatto perdere un po’ della magia che ci sta dietro. Queste sono le cose che ti possono accadere quando fai un LP. 
M: È una specie di formula. 


I Green Day sono in circolazione ormai da quindici anni. Avreste mai pensato, quando avete formato il gruppo, che la vostra avventura sarebbe durata così a lungo?

T: Penso di sì. Forse non pensavamo di essere ancora vivi! 
M: Immagino che andremo avanti tutta la vita.
T: Siamo uno di quei gruppi che pensano ‘finché saremo in grado di camminare, parlare e cantare, faremo musica insieme’. 


Siete tutti in ottima forma…state seguendo qualche dieta in particolare?

B: Prima avevamo solo mal di testa! No, in verità ho solo eliminato qualche schifezza dalla mia vita. Abbiamo chiuso con le droghe. Scherzi a parte cerco solamente di prendermi più cura di me stesso.
T: Comunque anche tu sei strepitoso! 


Potete dirci qualcosa sul tour europeo?

B: Potremmo venire per un tour in Inghilterra in dicembre, ma molto più probabilmente arriveremo a gennaio. 

Sarà difficile scegliere i pezzi da mettere in scaletta con così tanto materiale?

M: Il concerto sarà molto più lungo. Suoneremo delle cose vecchie, tipo le hit più famose o i singoli che la gente conosce meglio, poi “American Idiot”. Inoltre ci complicheremo ancora di più la vita proponendo tutte le cover che abbiamo fatto fino ad ora. Dopodiché lo show può andare come vuole e potrà durare da un’ora e mezza fino a cinque o sei ore! 


A volte per tanti gruppi il fatto di suonare gli stessi pezzi continuamente ai propri concerti è stato fonte di dissidi e stanchezza all’interno della band. Per voi sembra non essere così, qual è il vostro segreto?

B: Io penso che il fatto di poter suonare dal vivo sia uno degli aspetti che aiuta a tenere insieme le band per lunghi periodi. Sono anni che abbiamo l’abitudine di sentire i nostri pezzi in radio o su MTV, abbiamo implementato il ‘catalogo’ negli anni. È bello sapere che quando suoniamo una canzone la gente si esalta e che con quella successiva saranno ancora più eccitati. È come andare in crescendo durante la serata. Credo che questa sia la particolarità che ci permette di essere ancora qui dopo tutto questo tempo. 
T: Le band fanno un disco e poi usano il tour per supportare l’album. Noi invece siamo una live band e facciamo dischi per andare in tour! 


Posso chiedervi qualcosa dei LowDown? È vero che farete qualcosa con loro?

B: Chi? Ma chi sono? Un gruppo? Non ne ho idea. 


Quindi affermate di non saperne nulla?

B: C’è stato un gruppo di impostori, i Networks, che se ne andavano in giro spacciandosi per noi.
T: Forse ora ce n’è un altro, ma è un bufala!
B: Se ne andavano in giro dicendo di essere i Green Day, i Devo, i Kraftwerk tutti insieme. In ogni caso noi saremmo troppo impegnati per questo genere di cose.